Anche i grandi eventi tragici, come quello che stiamo attraversando, hanno sicuramente qualcosa da
insegnarci, e ci portano a sperimentare nuove pratiche che sarà necessario non dimenticare una volta tornata
la normalità. Pensiamo ad esempio alla buona prassi del lavoro a distanza: da quanti anni se ne parla?
Soltanto ora però, sotto la spinta dell’emergenza creata dalla pandemia, comincia ad uscire dalla nicchia
della sperimentazione e a diventare una realtà praticata in numeri significativi. I benefici dello smartworking
in termini di risparmio di spostamenti finalmente rivelatisi superflui sono evidenti, con
conseguenze significative sia per quanto riguarda il tempo recuperato, che per la riduzione
dell’inquinamento dell’aria. Non dimentichiamo che ad esso, secondo stime dell’Agenzia europea per
l’Ambiente, sono riconducibili 76.200 decessi all’anno in più solo in Italia.
Anche in tema di mobilità (che risulta essere fra i maggiori responsabili della qualità dell’aria) sarà
necessario un ripensamento profondo, a partire dai dati di queste settimane, che indicano un sensibile
miglioramento della qualità dell’aria, e dall’ipotesi, formulata da più di uno studioso, di una connessione fra
inquinamento pregresso e scoppio dell’epidemia. In questo contesto la bicicletta, lungi dal costituire un
problema può essere parte della soluzione. I motivi sono vari, e spaziano dall’opportunità, oggi più che mai,
di mantenere un alto livello di efficienza fisica, alla necessità di disporre di un mezzo di trasporto che eviti la
forzata promiscuità nei tram, autobus e metropolitane. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, Gabriele
Sangalli, su bikeitalia.it, si chiede giustamente “quanto traffico automobilistico possono assorbire le nostre
città oltre a quello che già le congestionava prima del Covid-19?” E’ infatti noto che una delle prime vittime
del Coronavirus è stato proprio il trasporto pubblico, che, se da una parte alleggerisce di molto la pressione
del traffico privato nelle nostre città, dall’altra non consente il mantenimento della distanza di un metro fra
le persone. È stato calcolato che a Milano i mezzi pubblici sono utilizzati dal 55% della popolazione, vale a
dire 765.000 persone. Come si sposterà tutta questa gente nella fase 2, quella della graduale ripresa delle
attività, quando comunque le precauzioni andranno mantenute il più possibile, per evitare un “effetto
ritorno” del virus ? Ciascuno con la propria auto, magari per percorrere poche centinaia di metri? Qualcuno
si immagina lo scenario…?
Il ruolo che può avere la bicicletta in questo contesto è più che evidente, basti pensare al solo fatto
che stando in sella alla propria bici c’è la certezza di mantenere abbondantemente la “distanza sociale”
raccomandata. Pedalare inoltre-e qui riprendiamo la prima questione- è anche consigliato a livello di salute
personale: fra le sei “patologie pregresse” (ipertensione, diabete, problemi cardiaci, infarto e ictus,
problemi respiratori cronici, cancro) indicate dall’ OMS come quelle che possono metterci a rischio Covid-
19, le prime tre sono sicuramente mitigate dall’uso regolare della bicicletta.
Sono molti i Paesi del mondo (come segnalato sia dal Sole24ore che da bikeitalia.it) in cui la
consapevolezza di queste semplici verità si è trasformata in azioni rapide e concrete: dalle colonne dello
Spiegel, il ministro della sanità tedesco invita i suoi concittadini a preferire la bici al mezzo pubblico. A
Berlino (se mai ce ne fosse stato bisogno…) sono apparse nuove piste ciclabili delimitate da paletti, per fare
ancora più spazio a chi vuole privilegiare la bici al trasporto pubblico. A Chicago, gli spostamenti in
bicicletta sono quasi raddoppiati. A Bogotà, a partire da metà marzo la nuova sindaca ha reso permanenti i
70 Km di “ciclovias” originariamente pensate esclusivamente per la domenica. Gli esempi potrebbero
continuare, ma è evidente che i cambiamenti, anche laddove siano appoggiati dalla maggioranza delle
popolazione, hanno bisogno di politiche serie e tempestive da parte delle autorità pubbliche. Anche nelle
nostre città abbiamo bisogno di iniziative coraggiose che, invece di chiudere le officine ciclo meccaniche
(considerate non essenziali…) valorizzino il contributo che l’utilizzo della bicicletta potrebbe dare a questa
situazione di emergenza, pianificando al tempo stesso una profonda evoluzione della mobilità urbana che
tornerà utile quando avremo la pandemia alle spalle. Il momento di pensare al dopo è adesso. Siamo
abituati a vedere le nostre istituzioni (nazionali come locali) muoversi davvero solo in presenza di una
situazione di emergenza, che evidentemente fornisce quel coraggio di agire che troppo spesso manca. Ora,
purtroppo, l’emergenza l’abbiamo in casa: di cos’altro abbiamo bisogno?

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